In Italia oltre 7 milioni di persone vivono in condizioni di povertà dei trasporti, una forma di vulnerabilità ancora poco conosciuta ma con effetti concreti sulla vita quotidiana. Il dato arriva dal primo Green Paper elaborato dal Transport Poverty Lab della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, che analizza un fenomeno sempre più rilevante.
Cos’è la povertà dei trasporti
La povertà dei trasporti colpisce in diversi modi:
- Famiglie che spendono troppo per spostarsi rispetto al proprio reddito
- Persone che non possono permettersi di sostituire un’auto vecchia
- Chi subisce fortemente l’aumento del prezzo dei carburanti
- Utenti che considerano troppo costoso anche il trasporto pubblico
In pratica, muoversi nel quotidiano, qualcosa che dovrebbe essere normale, diventa un peso economico.
- 1,2 milioni di famiglie sono a rischio povertà e hanno costi di mobilità molto elevati
- 7,3 milioni di cittadini vivono in aree con trasporto pubblico insufficiente
Il Green Paper inoltre individua quattro condizioni tipiche: Vulnerabilità assoluta → basso reddito + pochi trasporti; Vulnerabilità territoriale → servizi scarsi, dipendenza dall’auto; Vulnerabilità personale → servizi disponibili ma troppo costosi o poco accessibili; Situazione non vulnerabile → buone risorse e servizi adeguati.
Il problema dei territori: non tutti partono dallo stesso punto
Non è solo una questione economica, ma anche territoriale: il luogo in cui si vive incide fortemente sulle possibilità di spostamento. Circa 7,3 milioni di italiani abitano infatti in aree dove il trasporto pubblico è scarso o inefficiente, una condizione che si traduce in tempi di viaggio molto lunghi, poche alternative all’auto privata e maggiori difficoltà nel raggiungere il lavoro, la scuola e i servizi essenziali. Il divario tra territori è evidente: nel Sud esistono zone con un’offerta di trasporto estremamente limitata, mentre nelle grandi città come Milano i servizi sono molto più sviluppati ed efficienti. Anche a livello regionale emergono differenze marcate, con la Calabria dove le famiglie vulnerabili superano il 10%, mentre in altre regioni la quota è decisamente più bassa.

