Le dimensioni incalcolabili dello spreco alimentare, conseguenza del consumismo oltre a produrre effetti diretti, genera risultati di maggiore impatto. Circa il 14% del cibo prodotto nel mondo viene sprecato ancora prima di arrivare alla vendita al dettaglio. Se consideriamo che 1 abitante su 7 non ha la possibilità di sfamarsi e circa 20.000 bambini sotto i cinque anni muoiono ogni giorno di fame, mentre dall’altra parte del pianeta circa 2 milioni di persone sono in sovrappeso, non possiamo non porci degli interrogativi davanti a questo insensato e crudele scenario. Il numero degli indigenti non accenna a diminuire, così come il tentativo di azzeramento degli errori e/o delle pessime abitudini che ci conducono alla perdita prima ed allo spreco degli alimenti dopo.

L’inadeguata modalità del trasporto e dell’immagazzinamento delle merci, la catena del freddo carente nella capacità, le estreme condizioni atmosferiche, le rigide norme sull’aspetto esteriore degli alimenti, l’incapacità di pianificare da parte del consumatore e non ultimo le competenze nell’arte della cucina, rappresentano i principali fattori che determinano la perdita e lo spreco alimentare.

Altra conseguenza diretta dei comportamenti che determinano lo spreco alimentare è l’impatto sull’ambiente, circa il 7% delle emissioni mondiali di Co2 provengono da esso.

L’insensato dispendio di risorse: acqua, terreno e petrolio per la produzione di cibo lungo la filiera, contribuisce negativamente sulla terra ed il clima, incidendo in maniera preponderante al cosiddetto effetto serra. Circa il 70% dell’acqua dolce viene impiegata per produrre cibo così come l’80% della deforestazione è sempre responsabilità di coltivazioni ed allevamenti intensivi.

L’innovazione tecnologica, l’impegno dei singoli Stati, l’istruzione e l’educazione sono gli strumenti che possono fare la differenza, migliorando la condizione attuale. Ogni nostro gesto deve essere rivolto affinché la situazione attuale si modifichi, prendendo coscienza e attuando comportamenti virtuosi.