Tra i dati più importanti e sentiti per “leggere” la società rientrano naturalmente quelli relativi al settore dell’occupazione, dalle percentuali dei lavoratori attivi alla consistenza dei salari, dal carico fiscale sugli stipendi al livello di soddisfazione degli occupati, dalle competenze richieste al rispetto dei diritti per ognuno dei dipendenti. In mezzo a cifre e percentuali riferiti ai molteplici aspetti della vita lavorativa di un Paese, c’è un dato a cui, giustamente, viene data grandissima importanza, soprattutto negli ultimi anni, e che si riferisce agli incidenti sul lavoro e al numero di uomini che perdono la vita invece di essere “nobilitati” nella propria attività.
i dati elaborati in riferimento al 2008 parlano di una diminuzione, anche abbastanza netta, dei morti sul lavoro, che per la prima volta dal 1951 sono scesi sotto le 1200 unità, con un calo del 7,2% rispetto al 2007. Sono state 1.120 le vittime in questione, e per oltre la metà di essi è stata la strada causa e scenario della morte, comprendendo nel totale anche le 276 persone decedute “in itinere”, cioè durante il percorso tra casa e lavoro.
Il numero degli incidenti sul lavoro sta diminuendo lentamente ma in maniera abbastanza costante, basti pensare che negli ultimi sette anni si sono ridotti del 14,5%, percentuale che diventa ancor più significativa (27,6%) se riferita a quelli mortali, e che cifre spaventose come quelle degli anni più lontani sembrano, fortunatamente, irripetibili: nell’anno più nero, il 1963, morirono sul campo 4.664 lavoratori. Questi progressi innegabili sono frutto di diversi fattori, come ad esempio il tentativo di migliorare le condizioni di sicurezza entro cui agisce chi lavora, o il fatto di puntare su una maggior formazione del personale. Un’influenza enorme sicuramente l’ha avuta anche il gran parlare che si è fatto sulle morti bianche, sull’evitabilità del ripetersi di certe tragedie con un maggior rispetto delle regole e per la vita dei dipendenti.
Una volta tratte le giuste conclusioni, è doveroso riflettere su un dato che le cifre potrebbero perlomeno offuscare: la diminuzione del numero di morti sul lavoro non significa che al lavoro non si muore ancora, e soprattutto non vuol dire che si possa essere soddisfatti. Tanto, troppo, c’è ancora da fare, da regolamentare, da sistemare. 1.120 è meno di 1.200, ma è comunque una cifra enorme, insopportabile, che non può accontentare nessuno. Sarebbe macabro esultare per il risultato conseguito, così come esprimere una lievissima soddisfazione: 1.120 in un anno significa che tre persone al giorno che escono di casa per andare a lavorare non tornano più, che tre famiglie al giorno vengono private di un loro caro, che non è andato in guerra, ma che andava a lavorare. Sarebbe terribilmente offensivo esprimere entusiasmo per il risultato ottenuto, sia per chi è morto, sia per i familiari, oltre che per il buon senso comune. Guai a cadere nella tentazione di celebrare numeri che indicano una leggera inversione di tendenza: lo scarto tra ciò che è stato fatto e quello che ancora bisogna fare rimane, purtroppo, immenso. Troppo spesso dietro alla parola fatalità si provano a nascondere nefandezze e responsabilità di ogni genere da parte di coloro che dovrebbero garantire l’incolumità e la sicurezza dei lavoratori, troppo spesso trattati ancora alla stregua di numeri.
