ROMA, COLTELLI ANCHE A SCUOLA


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Meno di due settimane fa, sul nostro sito, avevamo denunciato la preoccupante escalation di casi di violenza in cui i “protagonisti” delle varie vicende avevano fatto uso di coltelli. E purtroppo la tendenza a far uso di queste pericolosissime armi continua, imperterrita, inarrestabile. Stavolta è toccato ad una scuola media, la “Giovanni e Francesca Falcone”, che si trova in via Fosso dell’Osa nella borgata Villaggio Prenestino, periferia di Roma, scrivere l’ennesimo capitolo della storia di coltelli nella capitale.

“Il problema diventa sempre più serio e delicato- afferma sconcertato Denis Domenico Nesci, Presidente nazionale U.Di.Con., Unione per la Difesa dei Consumatori- poiché il coltello è diventato il protagonista di risse e discussioni in ogni ambito, dai locali alle strade, e adesso è addirittura entrato nelle scuole. Non possiamo permettere che questa moda dilaghi ulteriormente- incalza Nesci- e che anche i più giovani identifichino i coltelli come gli strumenti più idonei per ottenere rispetto e per risolvere gli screzi con i propri coetanei. Crediamo che ormai il livello di allarme sia molto alto e che si debba necessariamente fare qualcosa di concreto. Le scuole devono vigilare al pari delle famiglie, prima che altri gravissimi episodi si verifichino di nuovo con conseguenze anche peggiori”.

La sensazione comune è che sia stato compiuto l’ultimo passo e che non si possa sopportare oltre: se anche la scuola diventa teatro di accoltellamenti e violenze costanti, si impone una riflessione profonda seguita dall’adozione di contromisure efficaci e severe. Se anche la chiacchierata mattutina prima di entrare a scuola, fra ragazzi di nemmeno 15 anni, diventa episodio da Far West, vuol dire che il problema è serio e che sarebbe criminale chiudere gli occhi e bollarlo come una “ragazzata”. In realtà la scuola intitolata a Giovanni e Francesca Falcone è considerata da tempo un istituto a rischio, e per questo motivo da tre anni riceve i finanziamenti del ministero della Pubblica Istruzione. Ma evidentemente i corsi di legalità, i momenti educativi che vanno dal teatro alla musica, e le occasioni di incontro e confronto, sono iniziative insufficienti, seppur lodevoli. Occorre fare molto di più, se la realtà parla di una tragedia sfiorata che, purtroppo, non è un caso isolato in un’oasi di pacifica e serena convivenza. Si tratta solo della voce più fragorosa in un coro fatto di risse, scontri tra bande, violenze psicologiche e minacce operate nei confronti dei ragazzi più deboli: telefonini rubati, intimidazioni, motorini distrutti e a volte dati alle fiamme, ragazzini che non vogliono andare a scuola perché terrorizzati dalle angherie subite da teppisti in erba. Succede anche questo, e nemmeno troppo di rado. La lama del coltello che pochi giorni fa ha ferito un quindicenne non è che la punta di un iceberg su cui va a incagliarsi una scuola come tante altre, emblema ma non caso unico del degrado che investe diverse zone.
 
“Crediamo che il sostegno delle istituzioni sia doveroso -afferma il presidente Nesci- per coadiuvare le azioni che la scuola cerca di intraprendere a favore di questi ragazzi. È necessario promuovere iniziative importanti, creare altri centri di aggregazione che sappiano favorire il dialogo e il confronto, soprattutto in quelle zone che presentano un tessuto sociale disomogeneo e sfilacciato”.

Il sangue, la coltellata, la risonanza mediatica dell’evento: ogni cosa lascia sgomenti, e le reazioni sono tutte improntate alla paura. Come se il coltello fosse l’unico grado di violenza intollerabile. È triste ascoltare un ragazzino dire “Al massimo je dai ‘na pizza” per dire che uno schiaffo è sufficiente in una discussione e che usare un’arma è una cosa criminale. In realtà è proprio la normalità della violenza che lascia senza parole, il fatto che l’aggressione fisica venga considerata una soluzione che rientra nell’ordine naturale delle cose, sia essa fatta di schiaffi, pugni o calci, e che il confine tra lecito e illecito venga superato solo quando si fa ricorso ad un coltello. Ci si dimentica che anche un pugno può uccidere, e che la civiltà non è fatta di risse. Finché non verrà estirpata la cultura della violenza a tutti i livelli tra i giovani, fino a quando i genitori continueranno a reputare i propri ragazzi come irreprensibili a priori, finché la scuola continuerà a limitare la propria missione educativa a eventi belli ma di contorno davanti a problemi più gravi, e fino a che tutte le istituzioni, dalla famiglia alla scuola, da quelle nazionali a quelle locali, giocheranno al rimbalzo delle responsabilità, ci si dovrà aspettare di tutto. Anche che si vada armati a scuola.

                                                                FERDINANDO MORABITO

05/05/2009