Il futuro del nostro pianeta dipende dalle scelte che facciamo a tavola e da un sistema alimentare sostenibile che va affrontato attraverso la creazione di un modello agroalimentare resiliente ed equo. Lo sostiene il Wwf che, in occasione del lancio della campagna Food4Future, ha pubblicato un memorandum di 10 punti per provare a spiegare le vere ragioni che generano l’attuale insicurezza alimentare.

La sicurezza alimentare globale, basata su modelli di produzione agricoli intensivi, vive un periodo di estrema fragilità, non solo dovuto alla guerra in Ucraina ma anche dall’impatto della crisi climatica e dalle bolle speculative che da un decennio condizionano fortemente produzioni e mercati. Per contenere e limitare la crisi, molte forze politiche hanno proposto delle soluzioni che il Wwf definisce irrazionali e controproducenti, come quella di aumentare le produzioni depotenziando le attuali misure ambientali della Politica Agricola Comune e del Green Deal europeo, abolire il divieto dell’uso dei pesticidi in aree di interesse ecologico e utilizzare terreni a riposo senza considerare la tutela della biodiversità.

E allora come fare se la produzione alimentare globale è mal utilizzata?  

Innanzitutto va sfatato il mito che il sistema agroalimentare italiano dipenda interamente dall’Ucraina. L’approvvigionamento dall’est Europa infatti è limitato solo ad alcune materie prime come mais e olio di girasole. L’unico comparto che potrebbe risentire fortemente della crisi ucraina è quello zootecnico che è un grande importatore di mais.

Sarà difficile quindi avere una carenza nell’approvvigionamento di grano e cereali perché le aziende agroalimentari italiane importano dall’Ucraina una quantità ridotta di grano, il 5% del proprio fabbisogno, che può essere agevolmente soddisfatto dalla produzione europea di frumento che supera attualmente la domanda interna degli Stati membri dell’Unione. L’aumento del costo del grano, duro e tenero, è iniziato prima della crisi nell’est Europa ed è causato in parte – secondo il Wwf – dalle speculazioni finanziarie e dalla riduzione delle produzioni in Canada. Eventuali carenze di grano o altri cereali in Italia potrebbero essere generate dalla grave siccità che sta colpendo il nostro Paese ma gli effetti si percepiranno alla fine della prossima estate.

Le speculazioni finanziarie stanno condizionando fortemente il settore agroalimentare attraverso l’aumento dei prezzi delle materie prime come carburanti e fertilizzanti chimici. Inoltre, per effetto di strategie di acquisto incoerenti, guidate da logiche svincolate dai livelli della produzione agricola, sono venute alla luce bolle speculative dove l’andamento dei prezzi delle materie prime non ha coinciso con le tendenze reali della produzione agricola ma ha seguito le transazioni dei relativi titoli finanziari.

In questo quadro – secondo il Wwf – le Associazioni agricole a livello europeo e nazionale stanno sbandierando una possibile crisi alimentare solamente per fare pressione sui decisori politici e ridimensionare le norme ambientali della nuova Politica Agricola Comune (PAC) e gli obiettivi delle due Strategie UE del Green Deal, “Farm to Fork” e “Biodiversità 2030”.  La guerra in Ucraina avrebbe offerto la scusa a molti attori del comparto per chiedere l’eliminazione delle norme ambientali della PAC.

Per questa ragione è importante ridare spazio alla natura nelle aziende agricole: le aree dedicate alla natura nelle aziende agricole non sono aree incolte e improduttive ma sono spazi dove si producono e mantengono i servizi eco-sistemici indispensabili per l’agricoltura stessa.

Per fronteggiare una possibile crisi alimentare bisognerebbe consumare meno carne dato che attualmente il 70% della superficie agricola utilizzata in Europa è dedicata a materie prime destinate ai mangimi per la zootecnia intensiva necessari a produrre carni, salumi, formaggi, latticini, uova e pellami per l’abbigliamento e l’industria manifatturiera. La zootecnia, inoltre, è la principale responsabile delle emissioni di gas climalteranti da parte dell’agricoltura, dove un ruolo importante lo ha il metano, generato dal metabolismo degli animali allevati e dalla gestione delle deiezioni zootecniche responsabili anche del grave inquinamento da nitrati di suoli e corsi d’acqua. Il modello della produzione intensiva è fortemente dipendente dalle fonti energetiche fossili per la produzione di fertilizzanti chimici e pesticidi, per l’utilizzo dei mezzi meccanici, per le filiere logistiche globali. Di conseguenza, un aumento dei prezzi delle materie prime energetiche ha ripercussioni immediate sui costi di produzione e sui prezzi di mercato.

L’intensificazione della produzione non è sostenibile nel lungo termine sia per gli elevati impatti sull’ambiente, sul clima e sulla biodiversità, sia per la dipendenza dai mercati globali, resi sempre più vulnerabili dalle speculazioni finanziarie basate sulle transazioni a livello internazionale delle materie prime agricole.

Quali soluzioni consiglia il Wwf?

Il WWF suggerisce un approccio basato sull’agroecologia quale pratica che contribuisce a regimi alimentari sani, sostenibili, equi, accessibili, diversificati, stagionali e culturalmente appropriati. Inoltre consiglia di puntare sulla filiera corta in quanto in quanto favorirebbero la multifunzionalità delle aziende garantendo maggiori margini economici nel rapporto costi di produzione e entrate dovute alla vendita diretta.

Tuttavia i sistemi agroalimentari a filiera corta non soddisferebbero mai i fabbisogni alimentari di un paese come l’Italia. Per questo è necessario trovare un equilibrio tra produzioni locali e filiere agroindustriali sostenibili, cercando di diversificare la produzione e costruendo delle reti relazionali tra i produttori, riducendo la dipendenza dalle importazioni dai Paesi extra Ue e assicurando alcuni criteri di sostenibilità ambientale, sociale ed economica nella produzione di materie prime.

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