Creata nel 1971, la posta elettronica è tra i più vecchi sistemi di comunicazione telematica, affondando le sue radici negli anni di nascita e formazione di quella che sarebbe poi diventata la rete internet odierna.

La sua standardizzazione, affidabilità e istantaneità l’hanno resa dura a morire anche in un mondo dominato dalle piattaforme di messaggistica più disparate – non deve quindi stupire se, visto il suo successo nel tempo, anche le e-mail sono diventate “terreno di caccia” per le compagnie più attive nella pubblicità. Ma come si “spia” una mail? Il metodo più efficace è quello del cosiddetto pixel di tracciamento; un’immagine, grande appunto 1 x 1 pixel e praticamente invisibile ad occhio nudo, che permette alle aziende di seguire il nostro comportamento: quando abbiamo letto il messaggio, quante volte lo abbiamo aperto, da quale dispositivo e dove eravamo.

Uno studio della Princeton University ha indicato che i dati raccolti sono talvolta legati anche ai cookie, i pezzettini di codice utilizzati per tracciare le abitudini sui browser. Ciò consentirebbe di collegare l’indirizzo e-mail di un individuo alle sue abitudini di navigazione più ampie, anche quando si sposta da un dispositivo all’altro.

E se è vero che il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR) ha cercato di mettere un freno a queste pratiche, alcune aziende fanno di tutto per nascondere le informative relative ai più disparati tracciamenti, incluso quello delle email, sotto le innocue diciture di “marketing personalizzato”, “argomenti su misura” e così via. Ma il consumatore come può proteggersi? Se consultate le vostre mail da browser, sono disponibili delle estensioni che bloccano tali pixel o, se fate affidamento su client di posta elettronica, è possibile impedire il caricamento di immagini provenienti da fonti esterne. Nell’attesa, ovviamente, di un’ulteriore stretta da parte del regolatore.